La storia non si ripete ma gli stessi fatti continuano ad accadere…

I fatti che sto per raccontarvi risalgono alla fine degli anni settanta e accaddero in Brianza in un comune non lontano da Arcore. Al centro della storia un imprenditore importante, una di quelle firme che hanno reso famoso in tutto il mondo il design del mobile made in Brianza. Non starò a fare il suo nome all’epoca della vicenda aveva già i capelli bianchi e mi pare che sia ormai morto, la sua ditta intanto è stata ceduta agli americani, destino comune di molte fabbriche  di mobili di lusso. Ebbi modo di occuparmene perché, giovane cronista de L’Unità, venni inviato dal giornale a seguire quello che ai tempi fu un grande scandalo di provincia. Dunque il protagonista era un uomo molto ricco, proprietario di una grande tenuta e di una villa con enormi saloni e tante stanze, che durante i week end si riempiva di amici. Tutti maschi perché l’invito riservato agli uomini era per partecipare a grosse battute di caccia e le donne,  mogli e compagne,  erano rigorosamente tenute alla larga. All’anfitrione piaceva molto divertirsi e far bella figura con gli amici, spesso clienti venuti anche da molto lontano a concludere affari importanti. Perciò alla caccia seguivano sempre grandi pranzi e per rallegrare la serata e il dopo cena il nostro non faceva mancare mai la compagnia di giovani donne. Erano tutte belle ragazze,reclutate da una signora  anziana che gestiva con discrezione l’intera operazione. Alle ragazze prescelte veniva dato  appuntamento in un luogo determinato, qui salivano a bordo di auto coi vetri oscurati e il piccolo corteo raggiungeva la villa. Le ragazze dovevano vestire con un certa eleganza, ma senza troppa roba addosso, saper essere di compagnia e all’occorrenza non tirarsi indietro se l’ospite a cui erano state assegnate chiedeva di andare oltre. Di solito per la loro partecipazione venivano compensate con gioielli o regali di valore, quasi mai con denaro ritenuto troppo volgare e soprattutto compromettente. La storia si seppe dopo parecchio tempo che il giro andava avanti, perché una delle giovani disse basta, si ribellò e denunciò tutto. Era una ragazza alta, magra, con lunghi capelli e lo sguardo triste.  La prima volta che aveva frequentato la villa era ancora minorenne. Al processo che ne seguì sfilò una notevole rappresentanza della miglior imprenditoria brianzola dell’arredamento. Convocati come testimoni finivano per ammettere di aver partecipato ai festini. Presiedeva la corte il dott. Improta, un magistrato severo che incuteva rispetto a tutto il collegio di difesa composto dai migliori avvocati dell’epoca. La cosa fece scandalo e nessuno parlò di accanimento giudiziario, di gossip, di violazione della privacy. I giornali ne scrissero molto, scrissero nomi e cognomi per nulla intimoriti dalle pressioni degli imputati e dal fatto che fra di loro c’erano inserzionisti di tutto riguardo. Alla fine il principale degli imputati venne condannato per sfruttamento della prostituzione, non ricordo a quanti anni ma la pena fu severa. Morale, la storia non si ripete ma gli stessi fatti continuano ad accadere, speriamo solo che anche questa volta la giustizia non si fermi e la stampa nemmeno

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