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Quando eravamo clandestini

giugno 1, 2009

Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per diverse settimane.Si costruiscono baracche di legno e alluminio nelle periferie delle città, dove vivono vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra di loro parlano lingue per noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina, ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno figli che faticano a mantenere e sono molto uniti fra loro. Dicono che siano dediti al furto e , se ostacolati, violenti. le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di stupri consumati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro Paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o addirittura di attività criminali.”………”Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendoni e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano alle abitazioni che gli americani rifiutano purché le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli a cui è riferita gran parte di questa prima relazione,, provengono dal Sud d’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più.”

Il testo è tratto da una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso Americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti e porta la data di ottobre 1912

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